Dott. Giuseppe Stefanelli: “Balla coi lupi” (l’intervista)

Non amarlo praticamente impossibile. Lui è molto umano, profondo e complesso. Lo stile di lavoro del professore italiano Stefanelli è unico. Nel suo lavoro lui applica non solo il sapere ortodontico ma anche il suo conoscere nell’ambito della posturologia, chiropratica, osteopatia, agopuntura, omeopatia, medicina funzionale e altre discipline olistiche il che gli permette di concentrarsi non sulla patologia ma sul paziente. Di tutto questo nonchè della sua filosofia di vita e dei propri hobby ci racconterà Professor Stefanelli in un intervista esclusiva effettuata apposta per i nostri lettori.

— Dottore Stefanelli tanti anni fa un suo collega che frequentava assiduamente il suo corso le aveva suggerito di dedicare più tempo alla promozione di ciò che fa, scrivere libri, insegnare nelle università, altrimenti potrebbe rimanere per sempre “uno che balla coi lupi”. Da quel che ho capito si trattava del protagonista del film “Balla coi lupi”. Come ci si sente in questo ruolo?

Nel mio campo sono stato un pioniere e circa 30 anni fa non era certo facile, sono stato accusato di stregoneria e sciamanesimmo ma alla fine oggi tanti parlano di ortognatodonzia sistemica cioè la valutazione della bocca e dell’occlusione correlata alla postura generale, quindi attualmente non ballo più con i lupi da solo ma siamo in tanti e stanno sempre di più crescendo di numero.

Una caricatura amichevole dai colleghi del Prof. Stefanelli.

— Sono riuscita a sapere di nascosto che in uno dei ministeri italiani un personaggio non riusciva a capire quale fosse il suo mestiere: la chirurgia, l’ortodonzia od altro. Allora lei con il suo inconfondibile temperamento gli aveva anche dato del cretino. Quante volte le è capitato di riscontrare tale incomprensione da parte delle istituzioni?

Molto frequentemente, io sono un medico chirurgo ortognatonzista e gnatologo e mi occupo di correlazioni occluso-posturali. Mi trovo purtroppo spesso a scontrarmi contro i vecchi dogmi di una ortodonzia accademica.

— La sua carriera è iniziata dallo studio di Chirurgia all’Università degli Studi di Milano dove si è laureato nel 1978. Che cosa le ha fatto da leva nella scelta della specializzazione all’epoca? Lei proviene da una famiglia di medici?

In realtà la mia prima ambizione era fare il chirurgo toracico ma al tempo ero già sposato con una figlia, ho dovuto scegliere tra 5 anni di specialità in chirurgia o iniziare subito a lavorare per poter guadagnare il pane e la professione del dentista era più remunerativa. In famiglia nessuno era medico, ma producevano un buon vino e non sono stato sostenuto da loro nel mio percorso.

— In una delle interviste ha fatto presente che la sua percezione della vita è cambiata in seguito all’incontro con il grande Harold Gelb. Potrebbe raccontare più dettagliatamente di quell’incontro? Che cosa l’aveva così colpito allora?

Conobbi Harold Gelb nel 1984 e mi colpì molto che testasse le placche gnatologiche utilizzando la kinesiologia applicata e in realtà pensai “io non FARO’ MAI COME QUESTO PAZZO” e invece dopo poco tempo mi iscrissi all’ AIKA (Accademia Italiana Kinesiologia Applicata) e da li cominciò la mia avventura.

— Quindi dopo aver conseguito una Laurea magistrale vi è rimasto in qualità d’insegnante e di seguito aveva occupato la poltrona del vicepreside quasi per 8 anni a partire dal 1998 fino alla chiusura dell’Accademia. Per quale motivo è stata chiusa?

Al tempo c’erano denunce per danni posturali in seguito a danni odontoiatrici che le assicurazioni non coprivano, inoltre i chiropratici non potevano esercitare se non coperti da un direttore sanitario. Dava fastidio e fummo convocati all’ordine dei medici di Roma dove tenemmo corsi e conferenze e quando si resero conto che i danni potevano esserci hanno imposto la chiusura dell’AIKA. L’accademia purtroppo chiuse i battenti perché ritenuta “scomoda” ai poteri della medicina e dell’odontoiatria dell’epoca.

— In quel periodo lei aveva incontrato Jean Pierre Meersseman e siete rimasti amici da allora. Che cosa le aveva portato quella collaborazione?

Un grande contributo alle mie conoscenze di chiropratica e di osteopatia, siamo amici da 30 anni e lo stimo tantissimo. E’ stato fondamentale per la mia crescita personale, ancora oggi ci mandiamo pazienti a vicenda proprio perché parliamo la stessa lingua professionale.

— Ci parli un po’ dei suoi rapporti con l’American Ortodontic Society.

Non ho contatti con la società ortodontica americana anche perchè in America si fa una pessima ortodonzia basata su concetti prettamente estetici all’opposto dei miei principi lavorativi. Nel 2007 ho tenuto una conferenza alla bioresearch a Milwuakee e poi alla Tufts University di Boston nel 2010 dove mi è stato sottratto materiale divulgativo e da allora ho cessato i miei rapporti con l’America.

— Quando è stato il suo primo incontro con John Mew?

A Roma a un congresso della società di terapia miofunzionale, posso affermare che sia un grande con il quale condivido parecchi concetti ortodontici.

— Siccome lei lavora proprio con il sistema ALF non posso non chiedere di Darick Nordstrom. Vi conoscete? Come ha iniziato a lavorare con l’apparecchio ALF?

Non ci siamo mai conosciuti se non attraverso corsi professionali di James Strocholm che ho seguito a Birmingham. Proprio lì ho appreso la metodica ALF, me ne sono innamorato e da allora la pratico costantemente. Il sistema ALF si preoccupa di mobilizzare le ossa craniche prima dei denti e lo schema o engramma cranico assume una assoluta priorità. In particolare agendo sapientemente sul dispositivo possiamo modificare e mobilizzare in primis la premaxilla e le suture palatine che sono l’ espressione della base cranica modificando la stessa.

— Ho letto tanti pareri dei suoi colleghi che hanno frequentato il suo corso. Si sentivano persi e non riuscivano a trovare l’uscita dalla stanza perché ciò che hanno sentito gli ha fatto “scoppiare il cervello”: racconta l’occlusione nel contesto generale di tutto l’organismo scendendo nel dettaglio del sistema immunitario e neuroni… Qualche commento?

È molto difficile e complicato tanti ritornano a frequentare di nuovo poiché a volte la preparazione universitaria non è sufficiente quindi bisogna andare a studiare la neurologia, l’immunologia ecc. ecc. Per un dentista classico vuol dire a volte prendere in mano libri di medicina di nuovo, deve studiare un pò di anatomia scheletrica e muscolare ma anche neurologia.

— Gli stomatologi tradizionalisti osservano di rado il collo di un paziente. Lei invece svolge tutta una serie d’indagini inconsuete come quelle ad esempio che riguardano il legame tra l’occlusione ed il problema della protrusione del primo disco del collo, l’anomalia di Kymmerly, l’anomalia di Chiari, la compressione dell’arteria lombare, e perfino per la prima volta in assoluto ha registrato il caso della sua decompressione dopo una terapia craniodontica. Nonostante tutti i risultati ottenuti in qualità di “bonus” alla terapia prescritta, lei non percepisce nessuna ricompensa aggiuntiva in denaro. Non sarebbe a questo punto più semplice di installare dei brackets al costo decisamente più elevato? O la passione per il proprio lavoro è davvero così grande? Non sente mai il desiderio di mollare tutto? Non è un carico troppo pesante?

Il mio lavoro è gratificante, ogni paziente è diverso e mostra la sua riconoscenza. Il vero trattamento ortodontico deve tenere conto di tutto anche della postura. Forse sono i classicisti che dovrebbero abbassare il prezzo della loro terapia. Poche volte mi sono trovato a voler mollare, ma mai per questi motivi. In ogni caso mai tornerei a fare il dentista generico poiché vorrebbe dire ignorare la conoscenza.

— Tanti giovani professionisti si sentono delusi nella craniodonzia e non reggono la tensione in quanto la terapia è lunga, la prognosi non si può fare, spesso sorge una incomprensione dei passi da parte del paziente mentre gli studi prendono molto tempo. Secondo lei che cosa serve per riuscire a diventare un buon craniodonzista?

Tanto studio, pazienza, voglia di imparare, mettersi in discussione e avere la curiosità di trovare i perché dietro alle cose insegnate.

— Il tema discusso mal volentieri tra la maggior parte di craniodonzisti: le sensazioni del paziente che fa la terapia con il sistema ALF. In uno dei suoi articoli scriveva che l’occlusione bisogna vederla anche nel contesto della biochimica e psichica. Non è un segreto che durante la cura dei casi complicati della Disfunzione dell’articolazione temporo-mandibolare tanti sono i pazienti che lamentano le alterazioni psichiche. Potrebbe commentarlo cortesemente questo “aspetto scomodo” da discutere.

L’aspetto psicologico è altrettanto importante ma non rilevante ai fini del trattamento. A volte il paziente sfocia in una vera e propria psicosi data da terapie mal riuscite, vari tentativi con diversi professionisti o trattamenti non idonei che portano il paziente a focalizzarsi sui suoi sintomi. Con questi pazienti bisogna aver maggior empatia ma il trattamento è uguale anche per loro.

— Ci racconti il caso più complicato nella sua pratica.

Il più complicato non è un mio caso clinico. Si tratta di una bambina seguita con fotografie dai 6 ai 20 anni. Presentava un semplice morso inverso a livello dei primi molari permanenti che secondo la clinica comune non danno quasi mai problemi all’evoluzione occlusale e comunque trattabile con un banale ALF standard. Ebbene questa ragazza ha subito un’ espansione rapida del palato, estrazione di 4 premolari e alla fine trattamento chirurgico combinato mascellare e mandibolare oltre che setto plastica. A 20 anni quando giunse da me con la sua cartella clinica pregressa si ritrova con un DTM bilaterale e non respira con il naso. E’ il primo caso che presento ai mie allievi per sensibilizzarli su quel che non bisogna mai fare in ortodonzia. Per il resto, riguardo i miei casi complicati abbiamo evitato la chirurgia ortognatica ad un sacco di pazienti attraverso la tecnica ALF e la tecnica MEAW di Sadao Sato.

— La sua clinica si distingue per il comfort casalingo. Chi si è preso cura per ricreare questo ambiente? Quando nel suo ufficio è apparsa la sua “signora”: una donna-leonessa dai capelli rossi l’amministratore Elena?

Abbiamo sempre cercato di creare un ambiente familiare e caldo che non ricordi le cliniche supermercato delle varie associazione lucrative. Qui si fa medicina e odontoiatria dove il benessere del paziente è al primo posto. Riguardo alla mia segretaria Elena è con me da 29 anni ed è un punto cardine dello studio poiché mantiene con classe, eleganza ed empatia i rapporti con tutti i pazienti oltre ad assistere ed amministrare lo studio.

Dott. Giuseppe Stefanelli, paziente, Dott. Alberto Stefanelli, Elena Vertua

— Nei forum ci sono i commenti che la reputano come severissimo ma umano. Una signora le aveva anche dedicato una poesia dopo la cura conseguita. Ecco una sua interpretazione: “Dottore, io non la voglio più vedere! Non sono stata sola su questo lettino!”. Quanto conta per lei il senso dell’umorismo durante la terapia ed il contatto emotivo tra dottore e paziente?

Molto importante poiché è fondamentale stabilire un rapporto sereno e di empatia con tutti i pazienti. Nel mio studio oltre alla buona musica di sottofondo ci sono anche immagini che passano sugli schermi di animali e paesaggi, tutte cose che amo e fanno sentire bene i miei pazienti.

— Ho notato un altro membro della sua squadra che somiglia molto a Yorik di ”Hamleto”, il quale non solo osserva attentamente tutti i visitatori della sua clinica ma fa anche da assistente durante il suo corso. Qual è il suo vero nome?

Il suo nome è Willy. È sempre stato nel mio ufficio insieme ad altre ossa, crani e colonne vertebrali. Una parte dei miei studi universitari e post universitari. Con il passare degli anni poi nelle festività addobbiamo Willy per natale o halloween, e in alcuno casi gli mettiamo una mano in testa come se fosse stanco e disperato per il troppo lavoro, è un umorismo un po’ dark ma piace tanto anche ai pazienti che gli fatto foto e si scattano selfie un modo anche per smorzare la serietà che uno studio deve avere.

— Chi altro fa parte del vostro team invisibile ai pazienti? Lo chiedo, perché il dispositivo che combina ortodonzia e gnatologia che lei ha inventato si chiama STEVI, nome che viene da i vostri cognomi (Stefanelli-Viglioli).

Il mio tecnico Massimo Viglioli oltre ad essere un grande tecnico è anche un amico da 25 anni, con lui ho realizzato, oltre che tutti i dispositivi ortodontici, anche gli STEVI che sono una variante del sistema ALF da me inventata e da Massimo realizzata. Siamo molto fieri del lavoro fatto insieme in questi anni e Massimo partecipa anche ai miei corsi tenendo relazioni sulla parte appunto tecnica. Avere un buon tecnico è una parte fondamentale del nostro staff segreto.

— Fino a poco tempo fa lei ha insegnato all’Università di Genova. Quale corso è stato quello da lei condotto?

Si tratta di un Master in posturologia e ortognatodonzia clinica, è un master completo con molti colleghi di altre discipline ortottisti, logopedisti ecc. ecc. tutti in funzione e correlazione con la postura. Ha avuto successo ora però a causa della scarsa pubblicità è stato sospeso, vedremo nei prossimi anni.

— Lei ha pubblicato cinque libri (due in tandem con un altro autore), ed il libro «Craniodonzia: Il sistema ALF» che al momento attuale non ha analoghi nel mondo (il libro descrive il processo di preparazione del sistema per alcuni casi delle deformazioni craniali e l’efficacia di tale terapia dalla testa ai piedi). Quanto tempo le è servito per raccogliere i materiali per questo libro?

Ho scritto «Il sistema ALF» in un anno ma all’interno ci sono anche le conoscenze pratiche di una vita di lavoro. Ho scritto i libri per dare delle linee guida ai miei colleghi, qualcosa da riferimento nel campo dell’ortocraniodonzia. E dopo due libri sulla teoria «Il sistema ALF» è la pratica applicabile nel proprio studio.

— Ogni capitolo di questo libro è preceduto da un pensiero filosofico. Qual è il suo preferito?

Penso sia poco filosofico ma il mio pensiero di vita in generale, applicato soprattutto alla mia professione è “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. È semplice ma di grande valore, poiché insegno e tratto i miei pazienti con dispositivi e tecniche che farei sui miei figli e su me stesso. A volte per un medico è facile distaccarsi dal lato umano perché rende più facile il proprio lavoro. Ma essendo stato anche io un paziente riesco ad avere un tocco più umano e sensibile verso il paziente sulla mia poltrona.

— Suo figlio Alberto lavora insieme a lei, aiuta durante le conferenze e corsi. Condividete insieme la passione per il canto e la chitarra e ci avete fatto anche una performance insieme sul palcoscenico. Ho capito bene che lui non è solo un figlio per lei ma anche un compagno ed amico?

Mio figlio da quando si è laureato si è buttato di testa nel mondo che io ho costruito e credo che la passione per la musica, i motori e la dedizione alla famiglia fuori e dentro il nostro studio siano degli insegnamenti che gli ho trasmesso involontariamente. Sono felice che ci sia lui a portare avanti quello che ho iniziato tanti anni fa con la stessa dedizione e curiosità che avevo io.

Alberto Stefanelli, Giuseppe Stefanelli, Elena Vertua

— La chitarra, l’amore per la corsa in bike: cos’altro d’interessante dovrebbero conoscere della sua vita i lettori di questa intervista?

Ho avuto tante passioni nella mia vita, ma credo che l’amore per la musica sia stata la più importante. Del resto parte dei miei studi sono stati pagati con delle serate mal pagate negli anni 70. Avevo una band dove io suonavo la chitarra e non ho mai smesso di suonarla. Ad alcuni ultimi concerti addirittura indossavo una maglietta con scritto “sono un chitarrista di lavoro e dentista per hobby” , direi che questo rende l’idea di quanto amassi suonare e la musica.

— Lei ha fatto una sua scelta professionale tredici anni fa. Se avesse la possibilità di tornare indietro nel tempo, vorrebbe cambiare qualcosa?

No, non cambierei nulla. Nel campo lavorativo credo di aver fatto tutte le scelte giuste, i miei pazienti sono contenti e riconoscenti e questo penso sia il riscontro migliore per capire se hai fatto un buon lavoro. Come ben sai nel mio studio arrivano pazienti da tutta Italia e alcuni anche dall’Europa, di solito dopo lunghi pellegrinaggi medici da vari specialisti e quando riusciamo a fermare questo infinito pellegrinaggio tutto il mio staff è contento e sa di aver fatto un buon lavoro.

— Dottore Stefanelli, la ringrazio per questa intervista. In conclusione, vorrei chiederle di fare qualche augurio ai giovani craniodonzisti, stomatologi, osteopati, posturologi, ortopedici e altri professionisti.

Grazie a te, il consiglio che mi sento di dare ai miei colleghi e specialisti di ogni branca è di non smettere di studiare, di essere curiosi e di porsi sempre domande. Non sposare un’unica filosofia solo perché imposta dalle università o dal mercato. Le risposte là fuori ci sono, basta cercare e avere la voglia e l’impegno di non spaventarsi davanti alle difficoltà o a quello che si ritiene impossibile.

Website http://www.osstefanelli.com, Facebook page.
English version of the interview
Russian version of the interview

____________________
© zub-za-zub.ru

Добавить комментарий

Ваш e-mail не будет опубликован. Обязательные поля помечены *